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IL LIBERTY ALL’ISOLA
Ogni luogo in realtà è un microcosmo: più un luogo è vasto, più ospita al suo interno una serie di realtà interdipendenti fra di loro. Ma se ciò è vero in generale, nel caso dell’Isola, per un singolare destino, i frammenti di realtà sembrano accostarsi gli uni agli altri in modo più significativo che altrove. Così, all’Isola, possiamo trovare un microcosmo all’interno di quel microcosmo che è l’Isola stessa. È questo il caso appunto del Liberty: in uno spazio ristretto, si concentra una serie di edifici liberty davvero cospicua, quasi senza spiegazione. Iniziamo insieme una breve passeggiata. Il fatto è che, qui all’Isola, tutto appare così naturale, che quasi non ci si fa più caso: la gente è abituata a questi palazzi, non sembra dare loro particolare peso, come succede magari in altre zone della città, dove gli edifici che presentano un certo interesse artistico sono segnali da appositi cartelli gialli. È forse un liberty “minore”? Così potrebbe sembrare se pensiamo alle prove più celebri del liberty a Milano, per esempio alla casa Berri Meregalli in via Cappuccini dovuta all’architetto Arata, oppure alla casa Campanini in via Bellini, impreziosita dai ferri battuti di Mazzucotelli; se invece cerchiamo qualcosa di differente, siamo colpiti dalla singolare concentrazione di edifici in stile nello spazio di poche vie, e dalle ricerche che vi si realizzano, proprie dello spirito del liberty milanese. Fra queste segnaliamo senz’altro il cosiddetto “castellotto” di via Pollaiuolo 5, in cui il liberty si coniuga ad una variazione “neogotica”, dando vita ad un singolare effetto di contrasto fra l’uso del cotto e le aggiunte in marmo. Oppure il palazzo di via Borsieri 26, dovuto all’architetto Sironi, in cui le trionfali e morbide balconate creano una notevole contaminazione col “neobarocco”. Non liberty “minore” dunque ma inconsueta “sperimentazione”, che merita l’attenzione dello studioso di storia dell’arte. Ma forse più che l’analisi, anche nel caso del liberty, qui all’isola conta la suggestione, il lasciarsi prendere da una particolare “atmosfera”. Allora si cammina in via Garigliano, senza farci quasi caso; basta sollevare per un istante gli occhi e subito si ravvisano le linee più morbide dei balconcini in cemento e ferro battuto ricorrenti in diversi edifici (al numero 3, 5, 6, 8), oppure i fascioni ricchi di decori. E ancora in via Borsieri, questa volta all’angolo con via Perasto, le insoliti figure antropomorfe e le mansarde rientranti; oppure il bel cancelletto di via Pollaiuolo 9, in cui il ferro battuto raggiunge una preziosa eleganza. Fino ad arrivare in piazza Archinto, dove all’angolo con via J. Dal Verme 11, si trova il palazzo più importante della zona: un raffinato esempio di liberty per le soluzioni strutturali certo, ma come non essere colpiti dagli originali bassorilievi con figure femminili che sorreggono l’angolo del sottotetto, o dalle decorazioni floreali che si sovrappongono ravvivando l’impostazione complessiva del fabbricato, con l’effetto di “alleggerire” tutta il peso architettonico dell’edificio? Al termine del nostro piccolo percorso ci troviamo via Bassi, qui si tratta della caratteristica edilizia popolare dell’epoca, non più di palazzi: eppure l’influenza del liberty è evidente, costituisce quasi la segreta caratteristica di tutto il quartiere. Di tutte le svariate “anime” nascoste nel piccolo microcosmo dell’Isola quella liberty non è forse la più appariscente, ma la più “gentile” per coloro che “sanno” guardare.
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